Nel cuore di Catania, a pochi passi dal Castello Ursino, esiste un luogo che sfugge ai percorsi più battuti e al racconto turistico tradizionale. È il Pozzo di Gammazita, una fonte medievale incastonata tra le lave, silenziosa custode di una delle storie più profonde dell’immaginario cittadino.

Nel cuore di Catania, a pochi passi dal Castello Ursino, esiste un luogo che sfugge ai percorsi più battuti e al racconto turistico tradizionale. È il Pozzo di Gammazita, una fonte medievale incastonata tra le lave, silenziosa custode di una delle storie più profonde dell’immaginario cittadino.
Visitare questo spazio significa allontanarsi per un momento dalla superficie della città e scendere in una dimensione diversa. Qui, secondo la tradizione, si lega la vicenda di Gammazita, figura femminile diventata simbolo di rifiuto e resistenza.
Secondo il racconto popolare, Gammazita era una giovane donna catanese, promessa sposa, che si recava quotidianamente al pozzo per attingere acqua. In quegli anni la città era sottoposta al dominio straniero e la presenza di soldati era parte della vita quotidiana.
La tradizione racconta che un soldato francese, approfittando della sua posizione di potere, tentò di aggredirla. Di fronte all’impossibilità di fuggire e al rischio di subire violenza, Gammazita compì una scelta estrema: si gettò nel pozzo pur di non cedere.
Il gesto, destinato a segnare profondamente l’immaginario collettivo, trasformò un luogo funzionale in spazio simbolico. Non una storia privata, ma un racconto condiviso, destinato a essere tramandato.
La narrazione riflette il clima di sopraffazione e abuso che caratterizzò la dominazione angioina in Sicilia, tensioni che pochi anni dopo sarebbero esplose nei Vespri siciliani del 1282.

Biagio Petronaci
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